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Leonardi Stefano flauto
Turella Matteo chitarra
Ghetti Paolo contrabbasso , basso
Canevali Carlo Alberto batteria

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Abrib's Circle

E-Ray

Basin Street Este

The Jackal

Gershwin goes to Rio

Tel Aviv

Batida diferente

Afro Blue

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recensione e intervista di Fabrizio Ciccarelli per VINILEMANIA.NET

Alla ricerca di un sound equilibrato e pulito, il giovane flautista amalgama dimensioni elettriche tipiche del jazz rock con sonorità bop, troppo spesso, da qualche tempo, ritenute inadeguate al percorrere nuove strade musicali.

L’album è caratterizzato da uno stile pulito e robusto, variamente intersecato da solide armonie e dal walking di una ritmica dalle inflessioni guizzanti di spiccata matrice europea.

I soli risultano immuni da leziosità e mossi da costanti sussulti emotivi, tanto fluidi e coerenti

quanto distinti  da un non virtuosismo che conferisce al suono un’architettura impressionistica improvvisativa ben strutturata ed agile, stimolante e facilmente accessibile all’ascolto, accattivante per le vivaci linee melodiche sorrette da una front line convincente, nella quale spicca l’interplay con il chitarrista Matteo Tirella.

Una prima prova, quella di Stefano Leonardi, di buon impatto emotivo, ben eseguita e, soprattutto, coinvolgente sia nelle composizioni originali che in quelle oggetto di attenta rivisitazione: di queste ultime, su tutte “Basin Street Este” di Herbie Mann (musicista senz’altro caro al Nostro), dilatata dall’intervento di interessante levatura stilistica del flautista, attento alle variazioni armoniche quanto alle declinazioni timbriche di decisa sfumatura espressiva.

Più volte si ha la sensazione di udire un continuo flusso d’idee, fraseggi nitidi negli ampi spazi solistici, anche in quelli dall’impronta più marcatamente afro, ove s’impone una certa spazialità pluridimensionale, rimata con le spire roche e corpose nella consistenza  della calda voce del suo flauto.

Stefano Leonardi si presenta come strumentista eclettico, dotato di una particolare verve musicale

e di un estro esecutivo decisamente personale, cui va riconosciuta una dote non comune: quella di saper dare forza espressiva alle sfumature modali del jazz nell’àmbito di una vigorosa fantasia, cangiante ed avvolgente.

Ne parliamo con lui.

 

FC: Il tuo album d’esordio si presenta in modo composito e stilisticamente eclettico, potremmo trarre indicazioni circa le tue scelte dal momento che esegui due brani di Herbie Mann, uno di Mongo Santamaria, uno di Luxion, uno di Ferreira, artisti molto diversi tra loro ma con un tratto in comune, l’originalità della ricerca sonora?

SL: Sì, ho lavorato sulla ricerca sonora, mi piace la formazione con la chitarra...

Ci sono riferimenti precisi a brani del passato, scelte legate all'affinità tra flauto e musica latina, ma ho sperato che lo stile di arrangiamento e l'inserimento di composizioni mie originali creassero un filo di congiunzione. Volevo creare situazioni sonore nuove, passando dall'Ambient al Funk o alla Bossa Nova. Mi sembrava doveroso rendere omaggio a Herbie Mann, per me ha lasciato il segno nel flauto jazz.

 

FC: Le tue tre composizioni paiono in parte considerare attentamente la tradizione flautistica nel jazz, allo stesso tempo si nota una caratterizzazione armonica piuttosto originale. Cosa ne pensi?

SL: Sì è giusto, sono brani dalla struttura armonica molto semplice, scarna se vuoi..

Il pezzo “E-Ray” è nato sul riff, quasi ossessivo, del contrabbasso… mi piaceva l'idea di creare un pezzo ipnotico, che richiami le sonorità della fascia mediterranea e orientali (situazioni sonore arabe su progressioni armoniche spagnole, E Phrygian mode). Anche il primo brano ha una struttura semplicissima (Gm7 e C7). È un funk, ma con una ritmica più "jungle" (si può dire?) e intrigante.. “The Jackal” ha una struttura già più definita e tradizionale, AABA.

 

FC: Un tuo ricordo dei percorsi musicali anni ’70 – ’80 ? Quanto pensi ti abbiano lasciato?

SL: Io sono un musicista abbastanza giovane, ma i percorsi musicali anni '70 (dal rock al jazz) penso abbiano lasciato una bella scia, da cui molti musicisti hanno preso spunto. Dalle produzioni di quegli anni uscivano dischi che suonano attualissimi anche adesso. Negli anni '80 l'interesse dei musicisti si è rivolto a un lavoro di ricerca sonora e dei valori delle culture, mentre i decenni precedenti erano più sulla spontaneità, sull'immediatezza di ogni spunto nuovo e ricerca innovativa.

 

FC: Parliamo delle scelte circa il tuo timbro?

SL: Io suono il flauto in DO, quello contralto in SOL e anche l'ottavino. All'inizio, avendo avuto un'impostazione "classica" dello strumento avevo anche un preciso riferimento riguardo a suono, emissione e vibrato. Suonando jazz questo passa un po' in secondo piano (es. ascolta un blues suonato da James Galway e uno suonato da Sam Most...). Io ho un timbro cristallino e pulito, ma mi piacerebbe arrivare ad un sound più tagliente e grezzo; mi piace sentire un flauto che suona "aggressivo". Dipende dal pezzo poi... l'importante è avere una buona padronanza della timbrica dello strumento che si ottiene con lo studio approfondito di esercizi di derivazione classica. Il top è cercare un timbro proprio, una voce che ti identifichi...

 

FC: Quali musicisti consideri di riferimento per il tuo sound?

SL: All'inizio Dave Valentin, un grande. Riguardo al sound adoro Jeremy Steig (copre una gamma di colori incredibile). Penso che la voce del flauto di Most sia inarrivabile... Come carica espressiva e sonorità Yusef Lateef. Tra gli altri ascolto tutto di Massimo Urbani e ultimamente il sassofonista David S. Ware.

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