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CARLOS DEL PUERTO: in Finlandia con Cuba nel cuore

Intervista di Gian Franco Grilli per Vinilemania.net 

Gli appassionati di musica cubana lo ricordano come il giovanissimo contrabbassista che partecipò nel 1967 al debutto dell’Orquesta Cubana di Musica Moderna. Molti lo considerano uno dei precursori e fondatori di Irakere. Altri ancora hanno apprezzato il suo decisivo e costante contributo per oltre vent’anni nelle sezioni ritmiche di Chucho Valdés. Per altri, i cultori del jazz afrocubano, Carlos Del Puerto è l’autore dell’omaggio A Chano Pozo, una delle composizioni più interpretate dai combo di latin jazz. E proprio dall’opera dedicata alla memoria del tamborero cubano è iniziata la lunga intervista a Carlos Del Puerto, che abbiamo raggiunto telefonicamente nella sua nuova residenza finlandese.

 

GFG: Carlos, prima di parlare della tua carriera artistica, puoi spiegarci come, quando, ma soprattutto quali sono i motivi che ti hanno spinto a scrivere un omaggio al grande tumbadór cubano (di cui si è appena celebrato il sessantennale della scomparsa) e non a un collega di strumento?

CDP: Nel gennaio del 1985 mentre stavo realizzando un metodo per chitarra basso cominciò a frullarmi in testa una melodia. La scrissi, ma poi non sembrò adatta per quel libro. Alcuni mesi dopo con Irakere iniziammo la registrazione di “Tierra En Trance”, un disco concentrato più sul jazz che sulla musica popolare e Chucho Valdés mi chiese se avevo qualche brano da incidere. Risposi che avevo questa sorta di «descarga cubana», ma senza nessun tipo di arrangiamento pronto. Lo feci sentire ai musicisti presenti in studio e piacque a tutti; così partimmo con quel motivo e decidemmo di utilizzare alcune melodie parafrasando Manteca per separare e far risaltare il lavoro dei vari solisti. Alla fine lasciammo un assolo al tumbadór, Jorge Alfonso «El Niño» e mentre si sviluppava l’assolo si formò una rumba dentro il tema con «El Tosco» che incominciò a cantare e il coro rispondeva. Per questa ragione decisi che il nome più appropriato per quel pezzo era Homenaje a Chano Pozo, già che fu lui il pioniere che seppe incorporare la tumbadora dentro il jazz. Dopo un po’ di tempo «El Niño» si suicidò e così il brano si convertì non solo in un omaggio a Chano ma anche al nostro caro amico e percussionista morto così tragicamente. Quell’incisione ha un carattere speciale perché è l’unico assolo registrato de «El Niño» con Irakere. In questo senso è un reperto storico. Posso dirti che tra tutte le mie composizioni questa è la più conosciuta e la più interpretata, e oggi la si trova inserita in documentari, film o libri. Per esempio, ricordo che eravamo in un club a Bariloche, un luogo sconfinato dell’Argentina, e alcuni musicisti della band che suonava in quel momento mi riconobbero e mi manifestarono grandi apprezzamenti per il pezzo A Chano Pozo che faceva parte del loro repertorio. Rimasi - e sono ancora - sorpreso, ma anche contento, perchè tra le tante composizioni scritte e registrate con Irakere, questa - che era la meno elaborata rispetto alle altre e nata quasi per caso - risulta la più eseguita e continua a suscitare interesse. E un’ulteriore prova, credo, l’abbiamo ora: la tua intervista prende avvio da questa composizione.

 

GFG: E’ consuetudine che un musicista cerchi di saperne di più e dedichi omaggi ai maestri ispiratori del suo strumento. Il tuo pensiero invece è rivolto al «re del tamburo», che oltretutto mi è sembrato fosse poco noto nell’Isla fino all’inizio degli anni Ottanta. Puoi dirci come hai conosciuto la sua storia?

CDP: In realtà ci sono alcune premesse da fare prima di parlare di Chano. L’importanza del ruolo della percussione a Cuba comincia a manifestarsi dopo la Rivoluzione. Prima il tamburo era penalizzato . e lo dimostra il fatto che, tranne poche eccezioni, il percussionista veniva pagato meno di un altro strumentista: era un musicista di seconda categoria: il grande Tata Güines, diventò celebre presso il grande pubblico dagli anni Sessanta in poi, mentre prima era conosciuto quasi soltanto dagli addetti ai lavori, che sapevano anche le storie dei musicisti cubani diventati famosi negli States, come Luciano “Chano” Pozo Gonzales o Mario Bauzá. In sintesi, la maggiore attenzione verso i percussionisti non dipese da azioni specifiche della Rivoluzione, ma da alcune iniziative che a poco a poco - a mio avviso - iniziarono a valorizzare il folklore. In questo senso la realtà più emblematica fu il Conjunto Folklorico Nacional, offrendo spettacoli di ottimo livello con percussioni e ritmi afro in primissimo piano: così la gente incominciò a saperne di più sul mondo della percussione e sulla storia dei suoi protagonisti. E siamo arrivati a Chano, figura di cui sentii parlare fin da bambino da mio padre che ha suonato per anni il contrabbasso nell’orchestra di Obdulio Morales. Papà mi raccontava che l’orchestra di Morales ottenne un grande successo al Teatro Martì con lo spettacolo Batamú nel quale si esibiva un gruppo di percussionisti tra cui spiccava Chano Pozo. Tutto ciò avveniva prima che questo giovane rumbero diventasse famoso, ovvero alla fine degli anni Trenta, e in quel periodo mio padre e Chano diventarono amici e dopo lo show andavano al bar assieme. Allora quando incominciai a studiare musica, mio padre tirava spesso fuori la storia di Chano: “musicista nato in un quartiere povero; con grande tenacia arrivò al successo negli Stati Uniti; lo uccisero ad Harlem ecc.”. Insomma, questi racconti volevano spronarmi a fare meglio, a darmi fiducia visto che anch’io venivo da un ambiente povero, il quartiere di Cayo Hueso, un barrio molto musicale e che Chano frequentò da giovane perchè confinava con il suo caseggiato, El Africa, luogo dove era cresciuto e si era distinto come grande rumbero, ma anche come protagonista di risse, perchè Chano Pozo aveva un carattere tosto e si trovava spesso nei problemi. A parte questi aspetti, io non ho dubbi nel considerarlo grandissimo artista: Cuba ha avuto grandi generazioni di percussionisti, ma è Chano che ha aperto per primo le strade internazionali ai ritmi cubani e grazie al suo talento la tumbadora si è conquistata un posto nella musica jazz. E il risultato che ne derivò si chiama Cubop.

 

GFG: Dunque, Carlos Del Puerto Caballero è figlio d’arte. Puoi dirci come e quando hai intrapreso la via della musica?

CDP: La storia musicale della mia famiglia cominciò con mio padre Carlos Manuel che suonava contrabbasso e tuba e purtroppo è scomparso molti anni fa. Io cominciai a studiare musica all’età di 12 anni e dovetti scegliere il contrabbasso per ragioni economiche: era lo strumento disponibile in casa e mia madre, che gestiva il bilancio famigliare, decise così, aggiungendo che se volevo imparare un altro strumento me lo dovevo comprare. Inoltre - all’inizio - io non davo molta importanza alla musica e non avevo preferenze tra gli strumenti. Così partì il mio viaggio musicale con il basso, una tradizione di famiglia ora portata avanti anche da mio figlio Carlitos Jr. che vive negli Stati Uniti.

 

GFG: Quindi ti dedicasti alla musica più o meno nel momento in cui il mondo venne invaso dai suoni dei Beatles e Rolling Stones. Ma eri al corrente di quel fenomeno che stava rivoluzionando la musica universale? E non ti pesava suonare ritmi tradizionali anziché esprimerti con quelli moderni?

CDP: Ho vissuto tutto l’inizio del processo rivoluzionario cubano e il mio Paese interruppe molto presto le relazioni con gli Stati Uniti e i rapporti con l’Occidente sparirono. Quindi abbiamo conosciuto i Beatles e gli altri gruppi come qualcosa di sovversivo, proibito. Bisognava nascondersi un po’ per ascoltare un disco che aveva portato qualcuno dall’estero. Ma se devo essere onesto, ti dico che ho conosciuto il quartetto di Liverpool quando ero già adulto e, inoltre, da bambino non pensavo di diventare musicista, avrei voluto fare il pittore, dedicarmi all’arte e...

 

GFG: ...e invece hai dovuto applicarti all’arte dei suoni. Ma come sono stati i primissimi passi?

CDP: Come ho detto poc’anzi, sono cresciuto in un solar, in un caseggiato di gente umile, in una famiglia molto povera e mi mandarono a fare l’aiutante in una barbieria, tra pennelli da barba, pettini e rasoi. Il titolare era un cantante, un trovador e quando non c’erano clienti si dilettava con la musica e anch’io cantavo. Lui rimase stupefatto dalla rapidità con cui apprendevo le melodie e così consigliò mia madre per mandarmi a una scuola musicale anche se mio padre non voleva che intraprendessi la strada della musica perchè non era un mestiere redditizio e sicuro. Quindi ci furono molte discussioni in famiglia ma alla fine mi iscrissero al Conservatorio. Per il bene di tutti ebbi la fortuna di cominciare la professione come bassista a tredici anni presso l’Hotel Riviera dell’Avana con la famosa orchestra Los Armonicos di Felipe Dulzaides. Con il bandleader incominciai ad ascoltare moltissima musica e diverse orchestre, lavoro che serviva per preparare il nostro repertorio che si ispirava molto allo stile musicale di George Shearing. Da quel momento in poi conobbi diversi bassisti e avviai rapporti di amicizia con due grandi dello strumento: «Cachaito» (quello di Buena Vista Social Club, suo zio era il celeberrimo Cachao López) e poi con Papito Hernandez. Poi nel corso degli anni ho conosciuto figure internazionali del basso e con alcuni di loro ho suonato: Percy Heath, Jaco Pastorius ecc.

 

GFG: George Shearing voleva dire jazz. Ma a Cuba non era vietato interpretare le musiche “imperialiste”?

CDP: Questo è un altro esempio della fortuna che io ho avuto nella mia carriera: è vero quello che dici,  ma l’unico gruppo cui era concesso di suonare jazz e musica internazionale era quello di Felipe Dulzaides, perchè lavoravamo in un luogo come l’hotel Riviera dove ancora passavano turisti e uomini d’affari. Dulzaides in seguito ha avuto problemi dovuti a una situazione abbastanza confusa e lunga da spiegare, e per questo finì in carcere e fu un’ingiustizia. Ma non c’entra con il jazz.

 

GFG: Jazz vietato, d’accordo, ma come sempre le eccezioni a confermare la regola. Ad esempio, la cronaca qualche anno dopo registrava la partecipazione del quintetto di Chucho Valdés al Jamboree Jazz Festival in Polonia. Poi il tuo nome apparve assieme a Valdés nell’album “Jazz Batá”, considerato da molti un progetto storico. Puoi parlarcene?

CDP: Nella formazione di Chucho che nel 1970 suonò al festival di Varsavia il contrabbassista era «Cachaito» perchè io stavo ancora svolgendo il servizio militare. Invece la storia di “Jazz Batà” è questa: mentre suonavamo con la grande Orquesta Cubana de Musica Moderna, io, Chucho Valdés (piano) e Oscar Valdés (percussioni) decidemmo di sperimentare in Trio. Chucho poi moriva dalla voglia di fare un disco con un trio jazzistico nuovo, ossia la sezione ritmica basata sul tamburo afrocubano, cosa diversa dal trio jazz afroamericano con la batteria. Il risultato fu “Jazz Batá” inciso nel 1971, un disco importante perché - se non ricordo male - lo comprò l’etichetta Jazz Polydor, e fu uno dei primi album cubani a entrare nel mercato mondiale dopo il trionfo della Rivoluzione. Con il Trio iniziammo a fare tournée accompagnando diversi artisti, tra cui Omara Portuondo, nei festival internazionali della canzone.

Il progetto ha qualcosa di storico anche per altri motivi. Uno dei brani dell’album si chiamava Irakere, un vocabolo che ha diversi significati negli idiomi africani, e noi usammo quel lemma richiamandoci alla vegetazione, alla foresta, al bosco fitto di misteri, con valenze magico-rituali. Da lì derivò poi il nome del gruppo Irakere, nato nel 1973 sulla scia dell’esperienza del Trio, che fu – a mio parere - il vero precursore del grande gruppo. A chi ne vuole sapere di più su questo tema, consiglio il Dvd “Chucho Valdés Latin Jazz Founders” che chiarisce le verità e le origini dell’orchestra Irakere.

 

GFG: Dalle tue parole deduco che il richiamo al mondo magico-religioso non era soltanto di tipo artistico?

CDP: E’ vero, eravamo credenti e ognuno di noi aderiva alla religioni popolari afrocubane. Io ad esempio sono fedele al Palo Monte, che come tu saprai è una comunità con rituali un po’ più segreti e più rigorosi rispetto a quelli della Santerìa. Oggi comunque tutti i sincretismi religiosi sono più tolleranti e si sono ammorbiditi per ragioni commerciali.

 

GFG: Hai trascorso metà della tua vita artistica con Irakere. Poi hai abbandonato il Paese come quasi tutti i tuoi membri del gruppo, tranne il leader, per fare altre esperienze.

CDP: Esatto. Io sono musicista professionista dal 1964, ho praticato tutti gli stili musicali cubani, ho suonato con quasi tutti i grandi della nostra musica, Dulzaides, Enrique Jorrin, la Sinfonica del Cha Cha Cha, Orquesta Cubana de Musica Moderna, ma il lavoro svolto con Irakere è unico. Quello che siamo riusciti a realizzare con Irakere è abbastanza simile a quello che Blood Sweat & Tears, e Chicago hanno fatto negli Stati Uniti: questi gruppi diventarono le colonne sonore per una moltitudine di persone che stavano cambiando il proprio modo di pensare, il modo di vivere, aprivano una nuova epoca, che diede inizio all’amore libero. Insomma musiche che segnarono un momento storico per la società, per l’arte, per tutto. Irakere, voleva dire questo, ma anche musica tradizionale, classica, jazzrock e anche timba, perchè la salsa cubana conosciuta oggi con il nome timba cominciò con gli Irakere. E con questa storica band ho inciso tutti i dischi realizzati dal 1973 al 1996, l’anno che ho deciso di svoltare.

 

GFG: ... fino a stabilirti in Finlandia. Puoi farci un breve ritratto di questo nuovo viaggio e come riesci a mantenere la tua cubanità in luoghi così distanti geograficamente e culturalmente da Cuba, città dove si parla, si mangia e si sogna diversamente, dove non si sente il canto del gallo che apre la giornata o la rumba all’angolo della strada e...

CDP: Ho lasciato Cuba non per un problema politico, ma volevo cambiare la mia vita. Così ho vissuto in posti differenti, sono stato negli Stati Uniti fino al 2001, poi tre anni fa vi sono ritornato dietro invito di Paquito De Rivera per una tournèe. Negli USA vivono alcuni dei miei figli mentre io sto a Turku: il destino infatti mi ha portato in Finlandia dove mi sono innamorato di una donna, con la quale ho due figlie, mi sento molto bene e qui ho un lavoro fisso. Sono docente in due Conservatori e in uno di questi ho formato una big band con la quale facciamo diversi concerti. Inoltre ho un mio gruppo che si chiama Nganga, come la nganga della santería o brujeria, e nella formazione ci sono due o tre cubani. Insomma lavoro molto anche come compositore, arrangiatore e direttore d’orchestra. Recentemente ho curato come direttore musicale l’album Al Ritmo latino!” di Jari Sillanpää, il cantante più popolare della Finlandia.

Mi chiedi come si fa a continuare ad essere cubano lontano casa? Bueno, io ho passato quasi tutta la mia vita viaggiando per lavoro. Orbene, fin da giovane mi sono abituato a portarmi “appresso” il meglio dei miei ricordi, il retroterra culturale, la mia storia. Una sorta di meccanismo di difesa affinchè mi aiutasse a non sentire la mancanza dei miei famigliari o dei miei amici. Questo meccanismo di difesa è come uno scrigno dove conservo i luoghi, le persone, la religione, ma come li ho vissuti io, realtà diverse da quelle di oggi. Infatti l’ambiente della mia infanzia, della mia gioventù, con certi valori che hanno contribuito a formare la mia personalità, non esiste più. La gente è differente, il Paese è cambiato. E anche musicalmente adesso a Cuba si fatica a distinguere un gruppo da un altro, uno stile dall’altro, tutto è mescolato in modo esagerato, si è fuso tutto insieme senza le giuste proporzioni. Comunque nonostante la lontananza dal quel mondo io continuo a conservare dentro di me la Cuba linda ...

 

GFG: ...che fai rivivere nell’insegnamento, nel lavoro orchestrale e ogni tanto anche attraverso dischi.

CDP: Non mi è mai piaciuto molto incidere con i gruppi da me diretti, tuttavia un paio di anni fa ho realizzato a mio nome l’album Impacto Cubano”, nato da un progetto con artisti cubani che ho invitato in Scandinavia. Questo è un modo per sentirmi legato alla mia cultura e ai miei affetti, infatti tra i musicisti interventi nell’album c’è anche mia figli Grethel, flautista.

 

GFG: Altre produzioni discografiche?

CDP: Non mi piacciono, o mi interessano pochissimo, i dischi dei solisti di basso. Ho realizzato un altro lavoro come solista, ma voglio ricordare che tra le collaborazioni con Irakere e altri artisti sono arrivato a circa 300 produzioni. In sostanza preferisco dirigere orchestre, arrangiare, comporre e dedicarmi all’insegnamento, ai workshop e scrivere manuali di didattica musicale.

 

GFG: E l’attività concertistica nei jazz club?

La svolgo soprattutto in estate durante i festival del jazz. Invece non mi interessa suonare di notte tutto l’anno in locali dove la gente è più interessata più al bere che alla musica. Tra le altre cose mi dedico anche alla musica classica, lavoro con una Orchestra da camera, insomma faccio di tutto un po’.

 

GFG: Sai dirmi quanti musicisti cubani vivono in Finlandia?

CDP: Che io sappia, di professionisti che erano musicisti veri anche a Cuba sono pochissimi, forse tre. Invece, da sempre, vengono molti musicisti cubani a fare concerti in Scandinavia. Non molti giorni fa, ad esempio, a Turku c’era Leo Brower cui hanno riservato un omaggio alle sue opere, e poche settimane fa è venuta Omara Portuondo.

 

GFG: Quindi vecchi amici di Cuba vengono a portarti i colori e il calore della terra madre nella tua seconda Patria?

CDP: Ogni tanto sì, ma l’Avana di cui ho fatto cenno prima è sempre con me. Dentro il mio cuore ci sono tutte le foto della mia vita, i ricordi belli con il brulichío allegro di Cayo Hueso.

CARLOS & CARLITOS DEL PUERTO

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CARLITOS DEL PUERTO

CARLOS DEL PUERTOCARLOS DEL PUERTO - IMPACTO CUBANO

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