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C'E' UN NUOVO CHE AVANZA

Articolo di Fabrizio Ciccarelli per VINILEMANIA.NET

Non di rado si tende a guardare al passato piuttosto che provare desiderio di costruire il futuro.

L’attrattiva esercitata da motivazioni estetiche, ma anche da vagheggiamenti stilistici, ha spesso posto in secondo piano la fisionomia  - piacevole o meno – del percorso musicale: alcuni artisti, sembra, guardano alla rivisitazione del “modus” di anni fa, ponendo in disparte i supposti scintillii forse troppo autoreferenziali di un’avanguardia datasi spesso al percorrere troppo velocemente “immaginati futuri” con eccessiva mancanza di autocritica, secondo la scelta di un particolare conformismo improvvisativo che, alla fine, molto sembra preordinato.

Alcuni hanno scelto di rifugiarsi nella pura composizione con l’intento di sorprendere, decisione che non sembra più adeguata all’evoluzione delle arti, alla ricerca vigorosa di linguaggi che finiscono per essere recepiti da chi ascolta non solo come frammentari ma, soprattutto, fini a se stessi.

Conformismo? Involuzione? Forse no, se si ripropone il passato con la coscienza di quanto è accaduto nel frattempo; anzi, in tal modo potrebbe delinearsi una sintassi non priva di elementi nuovi e riprendere, così, il contatto con l’ascoltatore senza scadere nel mero contratto mercantile….

La povertà artistica (dunque umana) di taluni prodotti ha causato in chi ascolta un senso di stanchezza, di desiderio d’altro, di riappropriarsi, in definitiva, del piacere della musica.

Ciò non sembra comportare necessariamente fermate obbligatorie o ricerca di rassicurazioni.

La creatività può non essere un dato continuo, la sua negazione (semmai sia possibile postularla) non impone alcuna stasi né la necessità di dover dare assolutamente vita a nuovi corsi.

Correre, come è accaduto anche per il jazz, ha causato talora un desiderio smodato di adeguarsi alla storia del Novecento con ricerche di rapide conclusioni, di determinazioni di “novità”: di ciò molte Case Discografiche se ne sono forse un po’ approfittate, istrionicamente hanno favorito la corsa patologica ad un estremismo di maniera, talora barocco se non manierista, hanno inventato “stili” inesistenti, incitando ( per assoluto desiderio di danaro) a registrazioni frettolose, soverchianti per numero le possibilità inventive degli autori stessi.

S’è prodotto, in tal modo, il perfetto nulla.

Le inutili avventure di mondi spesso inconciliabili  (lo smooth jazz da discoteca o per funambolismi da DJ, il samba da night club, la bossa nova da spiaggia, il rock da balera, il soul o il blues da yuppie pub) hanno fatto crollare le coordinate culturali del genere e, fatto ancor più grave, hanno tentato di vanificare il senso profondo d’una cultura, con infelici riflessi di tradizioni inesistenti, all’insegna dell’inflazione.

Da 50 anni a questa parte il jazz, così come altri generi,  ha realizzato una serie impressionante di sviluppi creativi, ad esempio il free o quello che chiamano “punk jazz “, che hanno finito per risultare traumatizzanti o talmente macroscopici da non poter essere analizzabili in brevi scadenze, come vorrebbe la strenua “accademia” che intorno e all’interno di questi stili s’è formata; un’accademia di maniera che spesso ricorre a toni accesi nelle discussioni culturali, non possedendo la forza del gusto ed il senso dell’opportuno, bensì la pretesa di rappresentare (quando non di essere) il “moderno”, l’attuale, il necessario contingente, l’insopprimibile avanguardia delle avanguardie che, da parecchio tempo, si ripete noiosa, spenta e, alla fine, inoperosa.

Comparsa negli anni Ottanta, si è sentita spesso in dovere di giudicare obsoleto o “commerciale” ciò che ha sentenziato come “banalmente ottimistico” e che, a parer suo, non sperimentasse nuove soluzioni.

A parere di chi scrive, molte produzioni possono condurre attualmente,  sia nel bene che nel male –  ma questo giudizio può esser solo nel gusto e nella sensibilità di chi le arti ha deciso di “viverle”  davvero-  alle considerazioni appena fatte.

Inevitabilmente e per fortuna la vita non si ripete mai uguale a se stessa.

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